L'ascesa del Campione - Recensione di Cristiano Saccoccia
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| Copertina: Gino Carosini. |
Battaglia – nome che è tutto un programma – ci catapulta nel mondo delle storie di Nigmàr, universo narrativo creato da lui stesso. Una trama classica che si erge su fondamenta atipiche, Bront è uno gnomo e deve lottare ardentemente per conquistarsi la carica (celebrativa, simbolica e di potere) di Campione e per spodestare l’attuale campione, Grost il Perfetto, conosciuto meglio come il vero tiranno della comunità gnomica.
Gli gnomi sono certamente tra le creature più usate nella novellistica fantastica, dai tales delle fantasticherie britanniche ai romanzi protofantasy ottocenteschi, per passare al ciclo di Dragonlance e affini. Ma gli gnomi citati sono creature rubiconde, dedite ai lavori manuali e alle canzoni, allo stretto rapporto osmotico con la natura e gli istinti; non sono creature bellicose, anzi sono molto timide e appartate.
Non nel mondo di Nigmàr di Francesco Battaglia, che manipola i tropi del fantastico e li edulcora con provata maestria, con l’ossatura del mito ellenico e romano. I paesaggi descritti, le sezioni dedicate ai combattimenti, infatti, sono un buon esempio di come scorci virgiliani e tolkieniani possano convivere; ma non per questo mancano l’irruenza e la testardaggine di eroi monolitici come La leggenda di Druss di David Gemmell, o altri di cimmera memoria come Conan di Robert E. Howard.
Siamo di fronte a un mix molto ben dosato di vicende avventurose, scontri epici e analisi psicologiche. Ho molto apprezzato l’intelaiatura psicologica dei personaggi di Francesco Battaglia, il quale non cade nel tranello del fantasy di serie B ma è grado di proiettare profondità in tutti i suoi attori narrativi, che non sono semplici ammassi di carne condannati alla mattanza. Seppur la trama sia abbastanza prevedibile, effetto ovviamente voluto dall’autore poiché ripercorre schemi archetipi già convalidati, l’ascesa dello gnomo Gront è ben architettata e compensa il finale telefonato con colpi di scena interni. Del resto trovo molto più interessante proporvi questa ricca chiacchierata con l’autore che si è evoluta in un vero approfondimento culturale che sottolinea le correnti telluriche del fantasy, non mera evasione ma indagine speculativa, antropologica e storica con il medium dell’immaginazione.
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Illustrazione interna di Anna Schilirò |
A costo di essere impopolare, credo che certe cose sia meglio dirle subito. Per me, il fantasy è Tolkien, e qualunque altra produzione dovrà giocoforza confrontarsi con lui, sia questo confronto pacifico o meno. Tolkien è stato il padre e tutti noialtri siamo i figli, nanerottoli dai piedi pelosi sulle spalle del gigante.
Personalmente, sia nella vita che nella scrittura, non sono mai stato un “figlio ribelle”. Con “papà Tolkien” ho sempre avuto un rapporto di ammirazione e rispetto affettuoso; non mi sono mai vergognato di dire in pubblico che gli voglio bene. Con il tempo ho esteso questo sentimento anche ai classici che ho avuto il piacere e l’onore di proporre a scuola.
Ma rispettare la tradizione – è bene ricordarlo – non significa lasciarsi soffocare dal suo abbraccio. Un figlio, per crescere, deve imparare a rapportarsi adeguatamente con i patres. Sapersi avvicinare e distaccarsene con uguale serenità. Dei classici, come i genitori, bisogna capire i tempi, le scelte e anche gli sbagli. Sono radice e lezione necessaria per ogni figlio che va in cerca della propria strada.
Il mio fantasy, in definitiva, insegue questa cerca e la traduce in un atto d’amore e sfida alla letteratura già fatta, già celebrata. Se la ribalta, non lo fa per sconfiggerla – quello è il desiderio degli adolescenti – ma per rinnovarla, cogliendola attraverso nuove angolazioni, sfaccettature e prospettive.
Il mondo di Nigmàr è il punto di raccordo di questo processo. Innovativo ma classico, culturale ma innato, è un crocevia di strade, mondi e modelli importanti. Da un lato l’Arcadia idealizzata dai Greci, i pascoli delle Bucoliche, la contea tolkieniana, la nekuya omerica e dantesca, l’apollineo e l’utopia platonica. Dall’altro i boschi tenebrosi e primitivi tipici delle iniziazioni arcaiche, e quell’altro lato della mitologia greca, il più taciuto ma autentico, che trabocca di selvaggio e irrazionale. La Riva arcana, con i suoi fauni (più simili ai satiri, in verità) e streghe, incarna perfettamente questo lato grezzo e dionisiaco che contraddistingue il mito e la fiaba e li rende, nel loro sostrato comune, fratello e sorella.
Lo stesso Bront, lo gnomo protagonista del romanzo, combattivo e
tormentato, rivendica la sua autoaffermazione in una riscoperta
incessante, dolorosa, di radici e fato personale. Il pastore diventa
guerriero, è vero, ma solo per riscoprirsi, alla fine di tutto, pastore
di guerrieri e in pace con i suoi patres e i suoi demoni.
L’ascesa del Campione
è la storia di una foresta che diventa città, ma anche di una città che
ritorna foresta, e in questo ritorno si salva. Lo stesso Bront, a uno
sguardo attento, si rivela a sua volta un insospettabile contenitore di
suggestioni contraddittorie ma in fondo armoniose in cui convergono il
mondo hobbit, nanico, biblico, mitologico, fiabesco, storico e
preistorico. Anche umano, poiché profondamente umane sono le forze, le
ragioni e i sentimenti che muovono il protagonista. Ma il mondo di
Nigmàr non è di questo mondo, non è di questi uomini. Piuttosto, è il
mondo verso cui tutti gli uomini potrebbero tendere, io autore per
primo, in cerca di rifugio, destino o consolazione. E vi assicuro che
qualcuno di loro, in futuro, ci arriverà.
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| Illustrazione interna di Pietro Rotelli |
Pur
essendo un discendente dello sword and sorcery classicheggiante, il tuo
Bront non eredita la “debole” caratterizzazione di alcuni personaggi
fantasy del secolo scorso, in particolare del ventennio ’60 – ’80, con
gli imitatori di Conan il Barbaro e con il proliferare del fantastico da tavolino: ovvero i romanzi marchiati Dungeons & Dragons.
Ecco, ho apprezzato moltissimo che Bront non è solo un eroe, ma è anche
umano (per non dire gnomico), con le sue paure, idiosincrasie e
debolezze. Non è nato leggenda ma si autodetermina. E per questo il tuo
lavoro è molto più vicino al “mito”, alla tradizione poetica scaldica e
perché no, mediterranea. Si lega al concetto antropologico del rito di
passaggio, il tuo eroe come i grandi delle ballate poetiche deve
superare diverse prove soffrendo realmente. Spiegaci la tua visione del
dolore come maestro di vita.
Quando scrivo, cerco sempre di conferire ai miei personaggi una caratterizzazione psicologica profonda e intensa. Mi piace pensare che ogni grande eroe (o anti-eroe) non nasca tale, ma lo diventi passando attraverso tensioni e sentimenti sovraumani. Il dolore è il maestro che manda in pezzi l’equilibrio interno del personaggio (homo fictus) e lo ricrea, producendo in lui fratture insanabili e semi di grandezza.
L’energia primitiva liberata durante questo processo, sintesi ineffabile di tragedia e bellezza, fuoriesce all’esterno e si traduce nell’azione eroica. Proprio per questo ritengo che epica esteriore e psiche interiore non si escludano ma siano l’una il riflesso dell’altra. Le numerose scene oniriche e tribali a cui ricorro spesso evidenziano il groviglio inestricabile tra inconscio e realtà. Ugualmente inestricabili appaiono i concetti di libero arbitrio e destino, con cui non solo ogni eroe, ma ogni uomo deve, prima o poi, fare i conti.
Ascendere a Campione, per Bront, significa spezzare le proprie catene
ma anche adempiere al suo fato. Autodistruggersi infinite volte e
ricostruirsi altrettante, in una sintesi matura (non priva di ombre) tra
Foresta e Città. Sopravvivere a questa iniziazione – quante ne sapevano
i Greci! – è farsi
exemplum. Un Campione, appunto! Qualcuno che ha vissuto sulla propria
pelle l’estremo e ce lo mostra aprendoci un varco, fittizio ma
autentico, verso esperienze conoscitive, emotive o di svago altrimenti
fuori dalla nostra portata.
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| Illustrazione interna di Pietro Rotelli |
Sparsi per il
romanzo ci sono altri richiami alla cultura classica, al folklore e
ovviamente al fantastico; spesso ho notato un attento studio della
materia. Ti piacerebbe dirci quali sono i tuoi modelli di scrittura e
soprattutto gli archetipi narrativi che cerchi di restituire nel
racconto?
Per quanto riguarda i classici antichi, attingo a piene mani dall’epica classica, soprattutto quella omerica. Ammiro i sentimenti di grandezza che a distanza di tante epoche riesce ancora a suscitare nei lettori; la visività possente e il linguaggio vibrante, ricco di formule e sentenze definitive, che come un’asta di bronzo ti trafiggono il cuore e ci restano. Attingo a Virgilio, maestro di bellezza nelle Bucoliche, di cui i pascoli di Nigmàr sono un riflesso.
Tra i medievali prediligo Dante, di cui non sono degno di parlare, e il poema Beowulf, che mi conduce a Tolkien. Tra i suoi capolavori, quello che sento più mio è Il Silmarillion, suo “dono postumo”, in cui cosmogonia ed eroismo tragico generano e innervano il Fantasy. Leggo e rileggo i Poemi conviali di Giovanni Pascoli e i Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, straordinarie rivisitazioni oniriche, commosse e spietate del mito. Anche il mio Fantasy è un ritorno alle origini. È scavare oggi i miti di ieri e scoprire se hanno ancora senso.
Se lo studio della parola, l’eroismo narrato e la musicalità possono conquistarci ancora. Perché se è vero che gli archetipi narrativi sapranno sempre chi siamo, è altrettanto vero che sta a noi sfidarli ponendo loro le domande giuste.
Nel caso del Campione, sicuramente ci sono strutture interne tipiche della fiaba e del romanzo di formazione (il pastore che diventa principe, il bosco come luogo di smarrimento e crescita, la strega e il vecchio come figure sapienziali); epiche (l’eroe che compie il suo fato e matura attraverso il dolore e la perdita, attraversamento degli inferi, forgiatura di armi straordinarie, antagonista invincibile) a cui ho aggiunto volutamente, come asse strutturale portante, il tema narrativo della “black-list”, cioè la scalata graduale di Bront attraverso una serie di scontri minori, a difficoltà crescente, che culminano nel duello finale con Grost il Perfetto, che si è nel frattempo caricato di pathos e significati ulteriori. Poiché il rischio maggiore era la prevedibilità, ho utilizzato tale meccanismo liberamente, in maniera plastica e tutt’altro che costrittiva; ho seminato indizi e suggestioni attraverso le scene oniriche e spinto al massimo con una scrittura tagliente, “assoluta” e capace di inchiodare il lettore.
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| Illustrazione interna di Pietro Rotelli |




